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	<title>Alec Archivi - Emanuela Genesio</title>
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	<description>andando per stare, luoghi poetici tra arte e qiyoga</description>
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	<title>Alec Archivi - Emanuela Genesio</title>
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		<title>Dopo la mostra, evento espositivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[emanuela]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2019 10:02:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://emanuelagenesio.it/dopo-la-mostra-evento-espositivo/">Dopo la mostra, evento espositivo</a> proviene da <a href="https://emanuelagenesio.it">Emanuela Genesio</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1545397207000 vc_row-has-fill vc_column-gap-10"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<h2><span style="color: #999999;">un evento espositivo dedicato alla mostra Dal Nulla al Sogno</span></h2>
<p>Gli studenti di Fotografia dell’<strong>Istituto Europeo di Design di Torino</strong>, a seguito della visita in <strong>Fondazione Ferrero</strong>, interpretano la mostra <strong>Dal Nulla al Sogno</strong> trasformandola in progetti a carattere artistico sul tema del rapporto tra spazio, opera, spettatore.<br />
Uno scambio che testimonia il successo di questa esposizione sul giovane pubblico, dimostrando come la creatività giovanile possa rileggere la Storia dell’Arte in maniera viva e stimolante.<br />
Un momento di dialogo e riflessione aperto a tutti coloro che han visitato Dal Nulla al Sogno per un ulteriore confronto con le opere dadaiste e surrealiste.</p>

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<p><strong>Sabato 27 aprile 2019<br />
dalle ore 16.30 alle ore 19.30<br />
</strong>Associazione Alec<br />
via Vittorio Emanuele 30 (2° piano), Alba</p>
</div></div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6 vc_col-has-fill"><div class="vc_column-inner vc_custom_1545397234226"><div class="wpb_wrapper">
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			<h2><span style="color: #c0c0c0;">comunicato stampa &#8220;dopo la mostra&#8221;</span></h2>
<p><strong>La mostra, lo spettatore, lo spazio</strong></p>
<p>Entrare in un luogo deputato a raccogliere arte è parte di un’esperienza che chiama in causa sensi e intelletto. Paolo Rosa, rileggendo Remo Bodei, invitava a rivolgersi all’arte come a un utile mezzo per “disincagliare i sensi” e percepire l’inscindibile unicum di mente e corpo che ci rappresenta.<br />
In una mostra, la relazione tra facoltà sensoriale e facoltà mentale è accolta e manifestata dalla dimensione dello spazio, l’atmosfera prodotta da spettatore, opere e allestimento. Questa speciale condizione di unione tra soggetto e oggetto è stato il fulcro del <strong>corso annuale di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea</strong> seguito dagli autori esposti in <em>Dopo la mostra</em>. L’esercizio rivolto da <strong>Emanuela Genesio agli studenti di Fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino</strong> nasce da questo spunto, con la finalità di sollecitare la ricerca dei dispositivi e temi utili a evocare ciò che può definire la dimensione ampia di “mostra” nelle dinamiche tra oggetto esposto, movimenti dello spettatore e apparati di allestimento. La complessa equazione che ne risulta è divenuta il trampolino di lancio per la realizzazione di un progetto che, dagli assunti filosofici della Fenomenologia, si apre all’arte contemporanea e alla sua capacità di manifestare sensorialmente il rapporto tra corpi materici (dell’opera, dello spettatore, dell’allestimento) e spazi informazionali (percettivi, intellettivi, estetici).<br />
La scelta della tecnica da adottare, così come quella relativa alla postproduzione, l’opzione tra il bianco e nero o il colore, l’immagine analogica o digitale, lo scatto fotografico o la sequenza video, non è stata imposta.</p>

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			<p><strong>Le opere</strong></p>
<p>Questa libertà ha dato vita a opere molto diverse tra loro, consentendo esisti anche lontani dal mezzo fotografico.<br />
È il caso della performance in cui il corpo è il veicolo principale di comunicazione. <strong>Daniele Escoffier</strong> la abbina alla fotografia chiedendo al pubblico di interagire come se si trattasse di un gioco. Altri fotografi hanno prediletto il video e l’audio: <strong>Silvia Raffaelli</strong> ha rielaborato una serie di frequenze registrate in mostra per produrre un sottofondo onirico che evoca l’amalgama di suoni della fase R.E.M. del nostri sogni. Anche il video di <strong>Matteo Montenero</strong> richiama la dimensione onirica, attraverso una sequenza temporale visivo-sonora nata da un solo scatto registrato in mostra. Tramite un ripresa girata con il proprio smartphone, <strong>Chiara Brunero</strong> invita a riflettere sul tema della fruizione attraverso i mezzi contemporanei; mentre <strong>Leonardo Tilatti</strong> si concede un libero reportage intervistando il progettista della mostra, Danilo Manassero.</p>
<p>Se la virtualità di Instagram diventa per <strong>Giulia Murgia</strong> un mezzo per elaborare indefinitamente gli scatti e riflettere sul senso del “visitare una mostra”, all’opposto, <strong>Luca Farinet</strong> predilige la manipolazione della materia concreta, lavorando sul corpo chimico della stampa fotografica per giungere a un’immagine “informale” ben distante dalla fotografia scattata in partenza.</p>
<p>Tuttavia, è spesso l’oggetto a farsi esito di queste ricerche. Si tratta a volte di un oggetto giocoso, da maneggiare, come dell’oggetto-mirino con cui <strong>Elisa Nobile</strong> invita a ricreare interattivamente i ricordi della mostra e della sorta di “Domino” che <strong>Alessandro De Bellis</strong> costruisce a partire dalle opere e parole sulla mostra più cliccate del web. Compare poi anche un vero e proprio libro d’artista da sfogliare, che <strong>Alberto Berardino</strong> progetta per portarci “dal sogno al nulla” e una stola da arredamento che <strong>Paolo Maletta</strong> ha disegnato facendo l’occhiolino ad alcuni oggetti daliniani.</p>
<p>Alcune opere si situano a metà strada tra l’oggetto e la fotografia bidimensionale: un “Leporello” progettato da <strong>Marta Testi</strong> per rivisitare le sale della mostra, o la rilettura di alcune opere in forma di cartolina vecchio stile da parte di <strong>Giulia Ramazzina</strong>; infine, una rivisitazione della scacchiera di Man Ray del 1934 attraverso i ritratti dei colleghi in mostra creata da <strong>Marta Scavone</strong>.</p>
<p>Altri fotografi hanno optato per una postproduzione piuttosto rilevante: <strong>Luigi Greco</strong> trasforma alcuni scatti delle sale della mostra in schizzi d’architetto; <strong>Alessia Izzo</strong> e <strong>Carlotta Gariazzo</strong> si concentrano sullo studio del corpo degli spettatori in mostra, realizzando immagini dallo stile pop. <strong>Nicolò Nastasia</strong> sfrutta i mezzi digitali per produrre delle immagini ineffabili, un bianco su bianco che evoca la consistenza nebulosa dei sogni.</p>
<p>Resta però anche la fotografia più classicamente intesa, come quella di <strong>Andrea Camiolo</strong> che, grazie a un tempo lungo di scatto, trasforma l’immagine di alcune sale della mostra in astrazioni. <strong>Elisa Pera</strong> gioca con il pubblico sollecitandolo a indovinare a quali opere appartengano i dettagli fotografati e <strong>Giovanna Serra</strong>, facendo eco alla tecnica surrealista del cadavre esquis, propone visioni di opere nuove ricomposte a partire da sezioni di dipinti originali. Infine <strong>Daniel Vargas</strong> isola con rigore minimalista quei particolari poco osservati all’interno dello spazio espositivo come le telecamere di sicurezza e <strong>Sibilla Galli</strong> raccoglie e ricompone poeticamente insieme di particolari in cui una linea retta evoca l’orizzonte.</p>

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